Ecco gli interventi dei relatori all'ultimo Seminario di ottobre del Ciclo <La famiglia al tempo dell'individualismo>.
SEMINARIO del 12 ottobre 2019
venerdì 15 novembre 2019
GEMMA FARASIN
La solitudine nella famiglia: dove ci siamo persi? Ma...
c’eravamo davvero incontrati?
Gemma Ferasin
Quando, a suo tempo, lessi il
titolo della relazione proposto, questo si fermava a “dove ci siamo persi?”...
Subito mi arrivò, però, la seconda frase...
Ci siamo persi proprio perché mai realmente incontrati? E se
questo è vero, perché?
Cosa porta a incontrarsi davvero o all’illusione di incontrarsi, o a
ricercare continuamente di incontrarsi?
Quali sono gli “strumenti” che andiamo ad usare, consapevolmente o
inconsapevolmente, quando vogliamo o vorremmo entrare in relazione con
qualcuno?
Come abbiamo imparato a cercare la relazione, da chi? Quando?

Cosa vuol dire allora qualità,
tipo di relazione, cosa sono questi modi di relazionarsi?
Cosa intendiamo?
John Bowlby (1907-1990) parla di
Modelli Operativi Interni (MOI), ovvero di rappresentazioni, dentro di noi, di
noi stessi, delle proprie figure di attaccamento e del mondo in generale..
“Il bambino in fase di sviluppo costruisce una certa quantità di modelli di
se’ stesso e degli altri basati su pattern ripetuti di esperienze interattive.
Questi “assunti di base”...., “rappresentazioni delle interazioni che sono
state generalizzate”.... , “modelli di relazioni di ruoli” e “schemi
se’-altro”...., formano modelli rappresentazionali relativamente fissi che il
bambino usa per predire il mondo e mettersi in relazione con esso.” (Holmes,
1993).
NB: L’Autore autorizza la
pubblicazione e diffusione esclusivamente di quanto nel presente file!
Ma questi MOI sono simili in tutti gli
esseri umani, o sono diversificati, e come nascono, come si creano?
Facciamo un piccolo passo indietro e
osserviamo, per collegare questi concetti, quelli che sono chiamati Sistemi
Motivazionali Interpersonali (SMI). Cosa sono?
Sono “regole” che non richiedono la coscienza per operare, non sono legate
alla coscienza dichiarativa (cioè all’espressione linguistica del pensiero);
sono tendenze innate, universali, che influenzano il nostro comportamento verso
fini di sopravvivenza, biologici, e interpersonali, sociali.
Vediamo dunque che esistono SM biologici e SMI interpersonali..
È doveroso a questo punto
ricordare l’apporto degli studi teorici e clinici di Giovanni Liotti
(1945-2018) che, partendo dalle teorie di Darwin,Ekman, Bowlby, Panksepp,
Gilbert, continuo’ la ricerca sui sistemi motivazionali, sviluppando un
approccio integrato tra varie discipline tra cui il sistema evoluzionistico
(che vede nel cervello umano la “storia” di quest’ultimo nella sua
struttura evolutiva gerarchica: rettiliana, limbica e neo-corticale); le
neuroscienze; lo studio dello sviluppo psico-emotivo umano e della
psicopatologia; un nuovo approccio psicoterapeutico..
Torniamo agli SMI. Essi sono
dunque meccanismi, sistemi di regolazione fisiologici che sono in grado di
organizzare il comportamento individuo-ambiente, quindi il comportamento
sociale, le emozioni (queste possono essere avvertite dalla coscienza), il
senso di se’ con l’altro...
Ricordiamo che la loro espressione presenta variabili individuali ed è
influenzata dall’esperienza, dall’apprendimento...
Possiamo definire cinque classi di Sistemi Motivazionali Interni:
- il Sistema Motivazionale dell’Attaccamento
- il Sistema dell’Accudimento
- il Sistema Sessuale di Coppia
- il Sistema Agonistico di Rango
- il Sistema Cooperativo
I Sistemi che oggi innanzitutto ci interessano sono
quelli di Attaccamento e Accudimento, reciprocamente influenzanti, come
vedremo..
L’accudimento è il modo di relazionarsi verso un
soggetto bisognoso, lo facciamo anche con gli adulti.. Biologicamente siamo
predisposti a farlo verso i cuccioli, sia animali che umani, anche a seguito di
loro segnali che lo sollecitano..
L’attaccamento è quella “predisposizione” che va a
legare l’accudito verso chi si prende cura di lui..
Ma vediamo meglio...
Fu John Bolwby (1907-1990), psicoanalista
inglese, influenzato dagli studi etologici di Lorenz (1949), di Tinbergen
(1951), di Harlow (1958), sui bambini di Spitz, ad elaborare la teoria
dell’Attaccamento.
Holmes (1993) riporta:
“...La teoria dell’Attaccamento è, nella sua essenza, una teoria spaziale:
quando sono vicino a chi amo mi sento bene, quando sono lontano sono ansioso,
triste e solo. Il bambino fuori di casa gioca felicemente finché non si fa male
oppure finché non si avvicina il momento di andare a letto, ma poi prova fitte
di nostalgia. La madre che lascia il suo bambino con una nuova persona che si
occupa di lui pensa continuamente a suo figlio e ne sente terribilmente la
mancanza. L’ATTACCAMENTO È MEDIATO DAL GUARDARE, DALL’ASCOLTARE E DAL TENERE
(il maiuscolo è mio per porgere alla vostra massima attenzione queste
azioni...): la vista di chi amo mi riempie l’animo, il suo avvicinarsi
risveglia anticipazioni piacevoli. Essere tenuto fra le sue braccia e sentire
la sua pelle contro la mia mi dà un senso di calore, di sicurezza e di
benessere forse con un formicolio per l’anticipazione di un piacere condiviso.
Ma la consumazione dell’attaccamento non è primariamente orgasmica: “(intende
qui di eccitazione e di piacere non certo legato all’espressione della
sessualità adulta, ma all’aspetto di piacere fisico ed emotivo “erotico” che
inizia con la nostra nascita, con il calore della persona che ci tiene in
braccio, con le manipolazioni dell’essere puliti, lavati, massaggiati ecc.) “è
piuttosto, per mezzo della conquista della vicinanza, uno stato di
rilassamento in cui si comincia a “andar d’accordo con le cose” a seguire i
propri progetti, a esplorare.”
E aggiungiamo:
L’esperienza affettiva di attaccamento si
organizza in Modelli Operativi Interni (MOI) della figura di attaccamento e del
se’ che rappresentano l’esperienza vissuta nelle relazioni interpersonali con
le persone che si prendono cura del bambino (Bowlby, 1969).
È importante ricordare, per ciò che vedremo in
seguito, che “IL COMPORTAMENTO DI ATTACCAMENTO È INNESCATO DALLA SEPARAZIONE O
DALLA MINACCIA DI SEPARAZIONE DALLA FIGURA DI ATTACCAMENTO “(Holmes, 1993).
Ecco dunque che siamo arrivati al punto di prima, ai MOI, Modelli
Operativi Interni....
Di nuovo, Holmes, con un’altra connessione:
Infanzia....vita adulta....generazione successiva...
Allieva e sostenitrice delle tesi di Bowlby fu
Mary Ainsworth (1913-1999).
Continuò il suo interesse per le interazioni madre bambino, dal 1967 con
ricerche in Uganda, all’ideazione di metodi sperimentali con Witting nel 1969
agli studi a Baltimora nel 1971 e 1978.
Nel 1971 descrive per la prima volta con i suoi colleghi tre modelli
principali di attaccamento:
Il primo è quello dell’Attaccamento sicuro. “L’individuo ha fiducia nella
disponibilità, nella comprensione e nell’aiuto che il genitore (o la figura
parentale) gli darà in caso di situazioni avverse o terrorizzanti....si sente
ardito nell’esplorare il mondo. Questo schema viene promosso da un genitore,
nei primi anni specialmente dalla madre, che sia facilmente disponibile,
sensibile ai segnali del bambino e amorosamente pronta a rispondere quando il
bambino cerca da lei protezione e/o conforto.”
“Un secondo schema è quello dell’Attaccamento di resistenza angosciosa (più
tardi sarà quello denominato ansioso, ambivalente, mia nota...) in cui
l’individuo non ha la certezza che il genitore sia disponibile o pronto a
rispondere e a dare aiuto se chiamato in causa....il bambino è sempre incline
all’angoscia di separazione, tende ad aggrapparsi, e l’esplorazione del mondo
gli crea ansietà.” Questo schema “ viene favorito anche dalle separazioni e
...da minacce di abbandono usate come mezzo di controllo”.
“Un terzo schema di attaccamento è quello dell’evitamento angoscioso,
in cui l’individuo non possiede la fiducia che, quando ricercherà delle cure,
gli si risponderà soccorrevolmente ma ...si aspetta di essere rifiutato
seccamente.” (Bowlby, 1989).
Nel 1981 M Main individuerà in una situazione sperimentale chiamata
“strange situation” lo stile disorganizzato. I bambini mostrano comportamenti
confusi, dal restare paralizzati a movimenti stereotipati, a comportamenti
autolesivi al momento della riunione con il genitore, dimostrando la mancanza
di una coerente strategia di risposta.
Lo vedremo tra poco.
Nel 1978 M. Ainsworth e coll. mette a punto la Strange Situation Procedure
per verificare la qualità dell’Attaccamento di bimbi che vanno da circa 12 ai
18 mesi.
Questa è la creazione di una situazione per studiare il modo in cui i
bambini possono affrontare brevi separazioni (lunghe tre minuti) da coloro che
si prendono cura di loro (madre e sperimentatore che sostituisce
momentaneamente la madre).
La risposta alla separazione, allo star solo, alla riunione (molto
importante) viene osservata dai ricercatori da uno specchio unidirezionale e
registrata mezzo video.
Vediamo i risultati nella seguente finestra:
La buona relazione di attaccamento (quindi sicuro) è un prerequisito per lo
sviluppo di un’adeguata finestra di attivazione emotiva che permetterà
uno sviluppo psichico e corporeo armonioso, creazione di risorse
rispetto agli eventi di vita e le relazioni umane...
Dunque cominciamo a parlare di “relazioni
traumatiche”.
Le risorse del bambino lavorano nel creare adattamenti
all’ambiente/persone . Saranno legami di attaccamento “insicuri”, ma non
dimentichiamo che sono ricerche di “sopravvivenza psichica”, se pur con
conseguenze a loro volta disfunzionali nel funzionamento psichico, cerebrale,
ecc.
Consideriamo di primaria importanza la qualità
dell’attaccamento con il caregiver principale (generalmente la madre), ma si
potranno instaurare legami di attaccamento anche con altre figure, legami
caratterizzati da qualità diverse, che potranno servire a sperimentare
relazioni ad esempio più confortanti, nel caso di difficoltà con la fda
principale.
Un esempio che arriva dall’esperienza clinica sono i nonni, spesso porto
sicuro al posto dei genitori...
Poiché esiste un legame tra la qualità
dell’attaccamento infantile e le relazioni di attaccamento in età
adulta, gli eventuali MOI disfunzionali potranno partecipare all’insuccesso
della coppia...
Riconnettiamoci ancora una volta
a Bowlby:
....” Quando nel 1937 diventai psicoanalista, i membri della Società
Britannica si occupavano dell’esplorazione dell’immaginario di adulti e
bambini, e veniva considerato quasi estraneo e inappropriato per un
analista avere un interesse e un’attenzione sistematica per le esperienze reali
di una persona. Quella era un’epoca in cui il famoso voltafaccia di Freud del
1897 circa l‘eziologia dell’isteria aveva portato all’ottica per cui chiunque
ponesse l’accento su quelle che potevano essere state, e forse ancora lo erano,
le “esperienze reali” di un bambino era considerato pietosamente ingenuo. Quasi
per definizione si assumeva che chiunque fosse interessato al mondo esterno non
fosse interessato a quello interno, e anzi cercasse di sfuggirvi. “ (j.
Bowlby, 1989)
Oggi la realtà storica di
eventi e relazioni traumatiche è accettata, la loro importanza e la
coscienza di tutte le loro conseguenze ha fatto nascere ed evolvere approcci
psicoterapeutici ad essi dedicati.
Tra questi l’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) è uno
strumento riconosciuto dall’OMS di primaria importanza, usato nella cura del
PTSD, Disturbo Traumatico da Stress, e utile per tutto ciò che stiamo
osservando, ovvero per la rielaborazione di quelle esperienze traumatiche non
risolte che continuano a creare ripercussioni nei livelli cognitivo, emozionale
e corporeo...
Dobbiamo porre
attenzione non solo alle forme evidenti di comportamenti generanti
situazioni traumatiche, ma anche a quelle non riconoscibili a prima
vista, appartenenti a caregivers e famiglie cosiddette “buone, normali”, che
provvedono ai bisogni primari di cibo, vestiario, scuola... ma non soddisfano
il bisogno primario di “contatto emotivo”, che nasce dalla curiosità di
conoscere e riconoscere cosa quel bambino/a sente, prova, pensa, o
comincia a pensare...
Così facendo aiutiamo quel bambino, un giorno adulto, a riconoscere le
proprie sensazioni, emozioni, i propri pensieri... lo faremo sentire
accompagnato, guidato...
Ciò che assume la forma di trascuratezza emotiva è una conseguenza di una
altrettanta esperienza dei genitori nella loro infanzia...
Tornando ad esperienze infantili avverse
vediamo le conseguenti alterazioni nei funzionamenti interno e relazionale che
portano ad aspettative incongrue verso il mondo e verso l’altro.
I M.O.I. DISFUNZIONALI CREANO UN FILTRO
ATTRAVERSO CUI L’ALTRO SARÀ VISTO MA NON NELLA SUA REALTÀ.
NON CI SARÀ UNA VERA CONOSCENZA E
CONSAPEVOLEZZA DI CHI È L’ALTRO, NON CI SARÀ UN REALE E VERO INCONTRO..
Vediamo il significato di una base sicura
(termine coniato da Ainsworth nel 1982) nell’infanzia e conseguentemente
nell’età adulta:
nell’infanzia una base sicura soddisfa i bisogni fisici ed
emotivi del bambino; il rifugio sicuro è rappresentato dalla vicinanza fisica;
nell’età adulta una base sicura deve soddisfare
RECIPROCAMENTE il bisogno di conforto e di sicurezza; il rifugio sicuro è dato
dalla vicinanza emotiva.
Riconnettendoci a quanto detto sui S.M.I., quali di
essi interagiscono con quello dell’attaccamento nelle dinamiche di coppia?
Sono quelli di accudimento e sessuale. Come questi aspetti sono
tra loro integrati può rappresentare una utilità nella comprensione della
coppia e delle possibili origini delle difficoltà che possono insorgere (P.
Velotti, C.Zavattini, 2008).
L’armonia o meno creatasi darà origine a cooperazione o antagonismo, ovvero
a lotta di potere...
Entrambi i partner possono in alcune situazioni avere
bisogni di rassicurazione, ovvero possono prendersi cura dell’altro e cercare
di farlo sentire al sicuro.
Fisher e Crandell (1997) parlano di “attaccamento complesso”, della
“natura bidirezionale reciproca dell’attaccamento di coppia, che rappresenta
una dimensione “ulteriore” rispetto alla natura unidirezionale
dell’attaccamento propria delle diadi genitore-bambino.”
Troviamo una possibilità alternata di dipendenza, dove si tollera di essere
dipendenti dall’altro ovvero si accetta la fragilità dell’altro, con la
reciprocità del prendersi cura l’uno dell’altro..
Nei loro studi Fisher e Crandell (1997)
delineano gli eventuali patterns derivanti dall’incontro, nella coppia,
dei rispettivi stili di attaccamento:
- attaccamento di coppia sicuro: le funzioni tra i partners non sono
rigide, possono muoversi dalla condizione di dipendenza a quella di
accudimento, con la libertà e capacità di chiedere contatto e conforto così
come quella di dare accoglienza e protezione...
- attaccamento di coppia insicuro, con i vari aspetti:
- distanziante-distanziante: ognuno non è in grado di
contattare ne’ i propri sentimenti, emozioni, bisogni di dipendenza e
vulnerabilità ne’ quelli dell’altro. I sentimenti di fragilità sono negati,
ciascuno risolve le cose per conto proprio, per ciò che sa fare...
- preoccupato-preoccupato: i partners sono bloccati nella
rispettiva e reciproca richiesta di aiuto; esprimono segnali di deprivazione,
anche rabbia, vivono una condizione di solitudine emotiva convinti che non
riceveranno mai conforto e aiuto...
- distanziante-preoccupato: il partner preoccupato si
sente abbandonato, solo, quanto il
partner distanziante si sente infastidito, soffocato dalle richieste di
aiuto, vicinanza dell’altro. Questo pattern porta a dinamiche conflittuali che
possiamo trovare spesso in terapia, terapia richiesta dal partner preoccupato,
spesso donna...
- sicuro-insicuro: il partner sicuro può attivare
risorse terapeutiche nella coppia, nella sua capacità tranquillizzante di
aver cura e protezione, come di dimostrare la non pericolosità di richiedere
aiuto e quindi di temporanee fragilità... Può offrire quindi esperienze
emozionalmente correttive al partner insicuro...
Successivamente verrà evidenziato
l’attaccamento di coppia in cui un partner è insicuro-irrisolto. Questi, con un
passato traumatico non rielaborato può riattivare memorie traumatiche
disregolandosi. È la catena della sofferenza: un partner, ad esempio quello
maschile, con un passato di violenze fisiche a sua volta diventa persecutore...
Hazan e Shaver (1987) noteranno comunque
la necessità di tenere presenti, accanto allo stile di attaccamento dominante,
le caratteristiche della specifica relazione di coppia.
Quali strumenti ci possono
aiutare nel comprendere quali modelli disfunzionali sono operativi nella
coppia, originati da stili di attaccamento sorti nell’infanzia?
Tra gli studi importanti e
numerosi, ci occuperemo, se pur brevemente, dell’
Adult Attachment
Interview (AAI), Main, et al., 1985
È un’intervista semistrutturata, durata circa un’ora, in cui si richiedono
all’intervistato ricordi relativi alla propria storia infantile.
Viene richiesto al professionista un training specifico che lo renda in
grado di valutare correttamente tutte le risposte, ma la lettura delle domande
può essere comunque un momento anche di propria riflessione su quelle che sono
state le esperienze che hanno dato una specifica impronta al proprio stile di
attaccamento.
Ne sono un esempio le domande sulla qualità delle relazioni con la mamma,
con il padre, sulla perdita di figure importanti, cosa succedeva quando ci si
faceva male, quando si era malati..
I pattern di risposta all’A.A.I.:
sicuro, distanziante, preoccupato e quelli alla Strange Situation: sicuro,
evitante, resistente (ansioso ambivalente) corrispondono reciprocamente in modo
arrendibile. (Steele H., Steele M., 2008).
In riferimento a quanto accennato prima,
“esiste un nesso rilevante per quanto riguarda la categoria relativa a
disorganizzazione/disorientamento rispetto al l’attaccamento sul piano
transgenerazionale (in: Steele H., Steele M., 2008).
Disregolazioni emotive dovute alla mancata
esperienza durante l’infanzia di protezione, rassicurazione,
tranquillizzazione, ci parlano della possibile permanenza di eventi
stressanti che, se non elaborati dalle funzioni cerebrali, si traducono in
traumi.
Ma abbiamo possibilità di riconoscerli e di lavorare per la loro
risoluzione, per “lavare” i nostri filtri sulla realtà e (per quanto sia
possibile per noi esseri umani) per poter vedere al meglio il mondo e
l’altro...
Così rimaniamo in cammino sulla strada della conoscenza, della formazione
evolutiva...
E manteniamo in noi questa esortazione:
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MASSIMO BARBIERI
SCOPERTA DELLE DOTI DEI FIGLI:
IMPEGNARSI A CONQUISTARLE E RESPONSABILITÀ PER CONDIVIDERLE
(come antitesi alla solitudine e all’individualismo in famiglia)Caso presentato
Fine agosto, la madre 48 a. chiede una consulenza per Tiago 13 a. Sono convocati insieme. Segue una sintesi dei loro
riportati.
Madre. Ha una lunga storia: occhio pigro scoperto a 3 anni e portò la benda ortottica per stimolarlo fino alla 2a
elementari, così si sentì diverso e inferiore ai compagni, calò l’autostima e si chiuse; il maestro parlò di Bes, poi
logopedista fece test ed emerse un simil-Dsa, rifiutò la scuola ed entrò nel lettone. Alle medie diagnosi Dsa, fece
ripetizioni private di letto-scrittura, calcolo e lingue straniere, con successo, ma fatica enorme. Temo tutti tali aiuti tin
abbiani adagiato, fai compiti se costretto, sempre distratto, a casa sei un bambino, giocare da solo sei perso, non
autonomo e rifiuti sentirtelo dire; mentre fuori sei adulto.
Figlio. Tutto ciò e vero. Amo suonare la batteria, sono bravo, ecco il mio video del saggio scuola. Voglio fare il liceo
musicale.
M. Iniziasti a sbacchettare appena camminavi, sapendo dov’erano le pentole. Inizia andare scuola a piedi da solo.
F. Faccio anche catechismo e sport.
M. Ma tendi a stare coi più piccoli, intimorito e a disagio deriso dai coetanei ancora per il fisico da bimbo.
Segue coi partecipanti discussione con riflessioni, considerazioni, ipotesi di restituzione.
In questo Video, intitolato 'Lezione di vita in classe', vi sono molti spunti per una riflessione da fare non solo a scuola...
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